In sala nei cinema della Svizzera romanda dal 19 agosto 2026, Fjord di Christian Mungiu non ha lasciato indifferente la giuria dell’ultimo Festival di Cannes e ha ottenuto la Palma d’Oro. Dopo la visione, un leggero malessere plana nella sala: sorgono molte domande con pochissime risposte. Chi ha ragione? Tutti? Ovvero, nessuno? 

I Gheorghiu, una coppia rumeno-norvegese molto devota (Sebastian Stan e Renate Reinsve, davvero incredibili), si trasferiscono in un villaggio norvegese, dove stringono amicizia con i vicini, gli Halberg. I bambini delle due famiglie diventano molto amici, nonostante abbiano ricevuto un'educazione diversa. Quando il personale docente scopre dei lividi sulla figlia maggiore dei Gheorghiu, il loro modello educativo viene improvvisamente messo in discussione in una società in cui la tutela dei minori è una priorità assoluta.

A sorpresa, Mungiu ha sbaragliato la concorrenza a Cannes con un film ambiguo e di non facile lettura, che lascia allo spettatore il lusso d’esprimere o non esprimere la propria opinione. Libertà d’espressione? Sì e no. Si è dalla parte dei progressisti norvegesi o da quella dei cristiani evangelisti rumeni? Meglio un’educazione positiva o una negativa? Così su due piedi, sembra facile rispondere, ma il regista rumeno sottolinea come la realtà non è tutta nera o tutta bianca: anzi, tutto è grigio. Se le sculacciate sono vietate, i norvegesi celebrano però il “Giorno delle Culture”, nel quale si onorano i Sami, nonostante tutte le discriminazioni che continuano a subire in Norvegia e non solo. I Gheorghiu sono molto credenti e la loro educazione è intransigente. È crudeltà o è cultura? Con quale diritto si può criticare l’altro se noi stessi non siamo impeccabili? A volte sarebbe meglio guardare quello che si fa, prima di giudicare l’altro. Uno schiaffo deve scatenare un tale putiferio giuridico, burocratico e politico? Lo straniero si deve adattare alle regole e alla cultura che lo accoglie? Mungiu smuove le acque, tocca lì dove fa male e scatena un putiferio insolubile, mettendo lo spettatore in imbarazzo e facendolo “uscire” dal film: da che parte sto? Devo prendere posizione? Chi ha ragione? Tante domande e pochissime risposte, ma forse perché le cerchiamo dove non ci sono. 

Certo, la società che descrive l’autore romeno è malata, ma le cure che vengono proposte non sono all’altezza, sembra dirci. Vanno cercate altrove, lontano dal grigiore pessimista. Dove? Fra i bambini. Mungiu distoglie l’attenzione del pubblico dai figli, portandola sugli adulti (che decidono tutto su tutti). Ci tende una trappola. Ci manda apposta fuori strada. Cerchiamo una risposta nel mondo dei grandi, ma la risposta viene dai piccoli. I figli delle due famiglie sono amici, punto e basta. Che siano norvegesi, rumeni, ferventi cattolici conservatori o ultra progressisti, non importa. Il futuro appartiene a loro e non al mondo burocratico. La figlia Gheorghiu cammina sull’acqua, ma non importa: “t’insegnerò, è facile” dice all’amica norvegese. La loro ingenuità è spiazzante, fa sorridere a noi adulti che guardiamo il film (e che non sappiamo ancora da che parte stare), ma alla fine della fiera sono loro che avranno ragione, perché il futuro sarà dalla loro parte. Siamo in imbarazzo di fronte al film di Mungiu, perché il punto di vista è quello dell’adulto, quello sbagliato, quello che ha portato a tante ingiustizie e assurdità.