Il mio primo incontro con un testo di Massimo Sgorbani è stato con Blondi e Eva, per la regia di Renzo Martinelli, le prime due parti della Trilogia dello spavento. Era il principio del 2014, il mio primo anno da critico. Da allora i testi di Sgorbani sono stati un appuntamento ricorrente e disturbante, per chi, come me, a teatro ama più le immagini delle parole. Massimo aveva il potere di farmi ricredere. Sempre. L’effetto si è ripetuto con Causa di beatificazione con Matilde Vigna alle Colline Torinesi, e con Mater Dei al Teatro i di Milano (per molto tempo la casa di Sgorbani) della Piccola Compagnia della Magnolia.
Alla fine ci siamo conosciuti. Ed è nata una strana forma di amicizia tra un poeta e un critico che continuava a essere sospettoso con le parole scritte per il teatro. Ogni tanto ci telefonavamo e facevamo lunghe chiacchierate. Soprattutto durante la pandemia. Si parlava del teatro, del suo accecamento nel ritenersi ancora importante, centrale, fondamentale per la società contemporanea. Massimo diceva che gli ricordava l’incrollabile ottimismo dei vetturini nel credere di sopravvivere alle automobili. Diceva anche che il teatro avrebbe acquisito forza nell’abbracciare la debolezza presentandosi al pubblico in tutta la propria miserevole nudità. E invece sembra vincere la tentazione all’esibizionismo.
Quando nel febbraio del 2023 ho appreso della scomparsa di Massimo, ho provato un dolore egoistico. Avevo perso un amico con cui provare a capire il teatro assumendo un punto di vista completamente diverso dal mio. Sentirlo parlare con passione discreta, apparentemente fredda e distaccata, della drammaturgia, della scrittura, mi ha permesso di abbandonarmi con maggior fiducia al potere della parola. Avrei voluto che quegli scambi non si interrompessero così bruscamente. Solo in seguito mi accorsi di cosa aveva perso il teatro italiano. Una voce appartata, sobria, elegante, e potente. Una voce capace, come quella della Duse, di far commuovere con un sussurro. Una voce che, come Emily Dickinson, diceva tutta la verità, ma obliqua.
Assistere a Beata oscenità era pertanto un atto quasi doveroso. Ascoltare il suo ultimo testo inedito, sarebbe stato un po’ come sentir risuonare quella voce, seppur per bocca d’altri. In fondo è questo il ruolo dell’attore, farsi attraversare dalla parola.
Beata oscenità avrebbe dovuto essere parte di un’ideale trilogia sulla diversità cominciata con Truman Capote, e ritrae la vita, forse dovremmo dire le vite, di Maria Gioacchino/a Stajano Starace, conte/ssa Briganti di Panico. Amava definirsi primo omosessuale dichiarato della Repubblica Italiana, rappresentante scandaloso della Dolce vita romana e felliniana, giornalista, scrittore censurato per aver avuto l’ardire, in Roma capovolta di raccontare un amore gay. Nel 1983 a Marrakech intraprese il difficile percorso per il cambiamento di genere. Divenuta Maria Gioacchina, rimanendo Giò Stajano, fece nuovamente parlare di sé come protagonista di fotoromanzi pornografici, e infine, assunse l’ultima maschera, tramutandosi in suora laica presso le monache di Betania del Sacro Cuore.
Sgorbani racconta Giò Stajano con naturalezza, disegnando il suo essere crepa viva nel muro del perbenismo bacchettone, usando una lingua discreta, colma di sottili e ironici doppi sensi, giochi di parole audaci, sottintesi piccanti per esaltare una voglia di vita, di comprensione e attenzione così dirompenti e commoventi.
L’interpretazione di Gianluca Ferrato, diretto da Serena Sinigaglia, è divertente, leggera, scanzonata, senza impedire l'emersione delle vene altamente drammatiche presenti nel testo di Sgorbani. Una chaise longue coperta da un lenzuolo bianco in uno studio di posa pieno di microfoni, fari, ombrelli diffusori. Questa la scena. Sullo sfondo uno schermo su cui scorrono immagini d’epoca, spezzoni di filmati, copertine di rotocalchi e articoli di giornali. Un quadro statico su cui far risaltare un'armoniosa e folgorante fontana di parole.
Questa immobilità statuaria, in cui Ferrato, in vestito bianco su divano latteo, diventa quasi una Paolina Borghese tornata in vita per concedere un’ultima intervista sotto i riflettori, è un’immagine efficace e bellissima. Forse troppo insistita. Un glitch ogni tanto avrebbe reso più disturbante un’identità in perpetuo divenire. E Massimo amava la metamorfosi, il divenire altro da sé. Peccato che tutto resti fossilizzato in un’immagine classica, tranquillizzante, intatta. Con Massimo ci saremmo divertiti a sporcarla. Con grazia iconoclasta.
Beata Oscenità
di Massimo Sgorbani
con Gianluca Ferrato
regia Serena Sinigaglia
scene Andrea Belli
luci e suono Roberta Faiolo
costumi Valeria Bettella
video Fabio Brusadin
Teatro Stabile di Bolzano
Visto al Teatro Gobetti di Torino il 7 maggio 2026 - durata 80’ circa