Dopo il grande successo ottenuto al Festival de La Cité di Losanna (3 e 4 luglio 2025), lo spettacolo Insuline di Lou Lepori è stato accolto con lo stesso calore dal pubblico del Teatro Pulloff di Losanna, in scena dal 26 al 29 marzo scorso, in attesa delle prossime rappresentazioni, al Théâtre du Galpon di Ginevra dal 28 maggio al 7 giugno, e poi all’ABC-Centre culturel di La Chaux-de-Fonds il 12e 13 giugno.
Dal buio, non lontano dal pubblico, sul lato sinistro, le luci si accendono su un pianista davanti al suo strumento. È vestito tutto di bianco, fin giù agli stivaletti. Esegue una musica dolce, ripetitiva, quasi ossessiva, punteggiata da note discordanti, metalliche, che suonano stonate, creando subito un senso di disagio, di ansia, in chi ascolta. Poi dalla penombra, dal fondo, sul lato destro, si fa avanti, esitante, un personaggio vestito da cow-boy. Desidera parlare, ma se ne va. Poi torna indietro. Il suo viso è al buio quando esordisce: “Ceci est mon corps” (“Questo è il mio corpo”), mentre lo spettatore completa nella sua mente “livré pour vous” (“offerto in sacrificio per voi”), secondo le parole del Cristo ai suoi discepoli. Invece la voce definisce quel corpo “pédé violé diabétique” (“frocio stuprato diabetico”).
Un corpo sofferente, sacrificale, dissacrato, malato. Il sottotesto non è però frutto dell’immaginazione di chi ascolta. Infatti, alla fine dell’introduzione, il personaggio conclude: “j’y vais pour vous” – stesso numero di sillabe rispetto a “livré pour vous”, stesso finale – ovvero parlerà per il pubblico del teatro, in una cerimonia laica. La parola è salvifica, tanto per chi parla quanto per chi la riceve. Quando tacerà, perché a un certo punto dovrà tacere e tornare al buio da cui è sorta, il suo potere di guarigione rischierà di svanire.
“Ceci est mon corps / pédé violé diabétique”: questa prima frase tornerà come un mantra, per intero o a pezzi, durante lo spettacolo. “Ceci est mon corps / pédé violé diabétique / et j’ai tout dit”. “Ho detto tutto”: la suspense viene eliminata fin dall’inizio, perché l’obiettivo della presa di parola non è il racconto dei dettagli pruriginosi, che possono incuriosire lo spettatore, e che gli verranno comunque forniti, in modo frammentario, per accontentarlo.
L’essenziale è il corpo, inseparabile da ognuno di noi, che definisce la nostra identità, è la voce che sussurra, dice, canta, grida la sua sofferenza, è la parola che infrange i tabù, in bilico fra il silenzio e la logorrea, fra la solitudine e la ricerca di comunione con chi ascolta e con chi non ascolta o non vorrebbe ascoltare, monologo in cerca di dialogo, con la propria madre che rifiuta l’omosessualità del figlio, con il proprio passato – con il nonno, come lui, omosessuale e diabetico –, con un pubblico forse riluttante, per passare dal “voi” al “noi”, unione di “io” e di “voi” nello spazio teatrale, per vincere lo stigma, la marginalità in cui viene relegato chi è diverso, chi si discosta dalle norme imposte dalla società.
Quando viene nominato l’anziano nonno Vincenzo, che solo negli ultimi anni di vita ha osato uscire dalla convenzione del matrimonio per vivere il suo amore con un ricco americano, ci si chiede se l’abbigliamento da cow-boy alluda alla nazionalità dell’amante, o evochi visivamente i protagonisti omosessuali del film I segreti di Brokeback Mountain, che indossavano cappelli da cow-boy, e si intuisce il perché dello scambio di sguardi tra il protagonista e il pianista, fantasma venuto dal passato, nonno che guarda con benevolenza il nipote, incoraggiandolo a parlare, accompagnandone per tutta la durata dello spettacolo la voce con la sua musica.
Cifra stilistica della rappresentazione è l’ossimoro, la coesistenza degli opposti, tra la salute e la malattia, la norma e l’esclusione, la vergogna e l’orgoglio, la tentazione del mutismo e la sovrabbondanza del logos, il peso dell’eredità famigliare e la leggerezza del gioco linguistico, tra il corpo e la ragione, tra la dolcezza della musica e la violenza della parola, e anche il contrario, tra la narrazione e il frammento.
Il testo funziona come un palinsesto, in cui sotto il livello visibile emerge, per chi scava, un reticolo densissimo di riferimenti filosofici e culturali, che scivolano nel fluire inarrestabile della parola teatrale: Michel Foucault, Marcel Proust (Sodoma e Gomorra), T. S. Eliot (La terra desolata), Samuel Beckett (Finale di partita e Giorni felici), Roland Barthes con i suoi biografemi, Gilles Deleuze.
Da Gilles Deleuze, in particolare, il drammaturgo mutua la nozione di “corpo senza organi” e proprio un corpo senza organi sembra essere Insuline: il corpo del testo sfugge infatti all’organismo, ovvero al corpo organizzato; è un insieme di frammenti senza rapporti gerarchici, che rinnova la visione delle cose, provocando la violenza della sensazione. Eppure i riferimenti intertestuali non sono necessari alla fruizione di questo testo mirabile, giubilatorio, che procede per giochi di parole, associazioni di suoni che provocano associazioni di idee, facendo emergere la sofferenza umana, universale.
Lou Lepori, scrittore, traduttore, regista, giornalista di origine ticinese e attivista queer, che ha abbandonato il nome biblico che gli è stato imposto alla nascita, scegliendo un nome non binario, scrive un testo aptico, che si può toccare e che tocca lo spettatore, commuove chi ascolta grazie anche a Cédric Leproust, che diventa carne sofferente, in un mondo in cui si può essere vittima, ma non si ha il diritto di fare la vittima, e a Marc Berman, nel ruolo del pianista, che compone ed esegue una musica originale in perfetta armonia con il senso profondo del testo.
Insuline
testo Lou Lepori
musica originale Marc Berman
con Cédric Leproust
regia e scenografia collettive
co-regia François Renou
costumi Isa Boucharlat
luci e direzione tecnica Nidea Henriques
ingegneria del suono Benjamin Vicq
amministrazione: Lou Lepori