Da poco uscito nelle sale cinematografiche della svizzera romanda, il nuovo film di Paolo Virzì, Cinque secondi, con Valerio Mastrandrea e Valeria Bruni Tedeschi, ha il pregio di avere, soprattutto sul finale, dialoghi intensi, e un cast di professionisti di grande valore; tuttavia, a tratti, la sceneggiatura è troppo simile a molte fiction Rai: narrazione stereotipata, buonista e didascalica.

Caro Virzì,

lei ha sempre fatto dei film belli ed intelligenti, e difatti è un regista italiano molto stimato.

Cinque secondi non fa eccezione. È un bel film, a tratti davvero commuovente; da genitori, - o da genitori separati -, tocca corde che magari fino ad adesso non abbiamo mai voluto toccare, per arroganza, per eccesso di convinzione nei nostri sacrifici e nei nostri meriti, in quanto madri e padri; e invece, il film ci accompagna verso una sana e necessaria messa in discussione di tutto, e di noi stessi innanzitutto.

Valerio Mastrandrea (l'avvocato Adriano Sereni), bravissimo nel suo ruolo di padre sconfitto, e Valeria Bruni Tedeschi (Giuliana), - un anno d’oro il suo, ricordo infatti anche la bella interpretazione di Eleonora Duse nel film di Pietro Marcello -, perfetta in quell’essere amante e collega frivola e profonda, danno spessore alla storia, così come gli altri attori e le attrici, e la fotografia e le musiche.

Un bel film, lo ripeto, che incoraggio a vedere.

Eppure, non posso esimermi anche di fare delle critiche puntuali, soprattutto a chi ha scritto la sceneggiatura, cioè l’espertissimo Francesco Bruni, Carlo Virzì e lei, Paolo.

La storia del gruppetto di hippy, con il quale Adriano, suo malgrado, si ritrova ad aver a che fare, spiace dirlo ma è troppo stereotipata. Giovani con dottorati e lauree importanti sì, che alla fine però pensano solo a fare festa e lasciano Matilde (Galatéa Bellugi) da sola, mettendola in pericolo.

Caro Virzì,

la comunità che lei ha provato a raccontare, così ben descritta nella vita reale da Michela Murgia, sono giovani che sanno perfettamente assumersi le loro responsabilità in una famiglia intesa diversamente dal passato, in cui non c’è una sola madre o un solo padre, ma diverse figure genitoriali che sanno, forse più di prima, rispondere ai loro doveri. Quando Matilde si libera su due piedi del futuro padre di suo figlio, la battuta sul patriarcato, certo, fa ridere, ma forse, riflettendoci, neanche troppo.

Caro Virzì,

è una battuta fuori tempo massimo. Oggi, sul tema, abbiamo bisogno di altro, di riflessioni più costruttive.

E perché non cogliere l’occasione per parlare anche del matriarcato, altrettanto oppressivo e soffocante, che nel film è solo accennato nelle espressioni dei visi e nel comportamento dei familiari di Letizia (Ilaria Spada), la ex moglie di Adriano? E ancora, nella parte centrale del film, quando filma la natura che esplode in mille colori estivi, ecco, era proprio necessario mettere questa didascalia ai sentimenti di Adriano? La natura nei film parla, senza che occorra mettere dei sottotitoli al racconto.

Insomma Cinque secondi, rappresenta un po’ l’italietta che non affonda mai veramente le mani nella melma e con cinismo ne cerca dramma e verità; ci si accontenta di una buona porzione di buonismo e di qualche lacrima per mettere tutto al posto giusto.

Detto ciò, un film può avere un gran valore anche solo per una frase. E questa frase in Cinque secondi c’è e rende magico tutto il film: senza svelare troppo, la riflessione intorno al sarcasmo con cui spesso manteniamo in vita i rapporti con gli altri, deridendoli in fondo, senza renderci conto che questo modo di fare può confondere, spiazzare, portare fuori strada e sporcare irrimediabilmente i rapporti e i sentimenti, è di grande effetto, ed è riuscitissima.

Caro Virzì,

oggi serve più cinismo, perché i tempi sono estremamente difficili da decifrare. E la società, intesa in macro e micro realtà, è davvero in grande trasformazione.

Diventi cinico, e il suo prossimo film sarà un capolavoro.