Soudain di Ryūsuke Hamaguchi, presentato al Festival di Cannes 2026, è dal 12 agosto nelle sale cinematografiche della svizzera romanda e del Ticino, e dal 27 agosto nella Svizzera tedesca. Il suo decimo lungometraggio è ancora una volta un film lucido e sincero.
È possibile parlare di “fine vita” facendo vivere le protagoniste sullo schermo per più di 3 ore? Sì, e solo il regista Hamaguchi poteva farlo con tale freschezza. Già autore di film ormai cult come Drive My Car e Asako I & II, Hamaguchi accarezza una tematica difficile, d’attualità e molto sentita, spalleggiato da attrici fenomenali e vincitrici, a pari merito, della Palma d’Oro come miglior interpretazione femminile al festival di Cannes 2026: la francese Virginie Efira e la giapponese Tao Okamoto. Sono loro che sostengono tutto il film, rendendolo fluido e meraviglioso. Marie-Lou, direttrice di una casa di riposo a Parigi, vuole cambiare l’approccio con le persone anziane. Propone al suo staff il metodo “Humanitude”, fondato su quattro principi: contatto visivo, tatto, parola e verticalità con i pazienti. Questa cura individuale sbatte però contro la realtà quotidiana degli istituti: mancando di tempo, spazi, fondi e personale, questa proposta non fa l’unanimità fra i colleghi. Ecco che all’improvviso Marie-Lou incontra Mari, regista teatrale giapponese con un cancro allo stadio terminale e che sta mettendo in scena a Parigi, uno spettacolo su Franco Basaglia, noto psichiatra italiano che ha permesso la chiusura dei manicomi. Un caso? Mai con Hamaguchi. Da questo incontro improvviso nascerà un “cambiamento”.
L’autore giapponese non incita alla rivolta, spinge alla riflessione. “La crisi del capitalismo è un’evidenza, accadrà ed è inevitabile, ma portate pazienza”, sembra dirci il regista (la lezione notturna filosofica, economica e sociale di Marie-Lou rimarrà nella storia del cinema). Sì è di fronte a una proposta di cambiamento e non di una rivoluzione. Tutto scorre e cambia. Tempo e spazio sono malleabili. Tutto è impermanente. L’intreccio, i dialoghi, gli incontri e gli scontri scorrono come un fiume e senza intoppi. Si passa dal francese al giapponese come se nulla fosse; si parla di capitalismo, crisi demografica e cure alle persone come se fosse la norma; il teatro, la vita e la morte sono solo delle sfaccettature della stessa realtà e nulla è tabù per le due protagoniste (e quindi per noi, che guardiamo e ascoltiamo con la bocca aperta).
Marie-Lou e Mari collaborano e si sostengono nei momenti difficili, perché la vita non è facile. Non sono ingenue. Vogliono solo dirci, e con loro il regista, che la difficoltà può essere superata se l’accettiamo e se con empatia guardiamo al prossimo, senza giudicarlo. Solo in questo modo la società può essere cambiata.
Hamaguchi è, ancora una volta, chiaro, lucido e sincero. Non impone la sua visione, la suggerisce con sentimento. Prendere o lasciare.