Perché ero un ragazzo di Alaa Faraj (Sellerio 2025), con la postfazione di Alessandra Sciurba, docente di Filosofia del Diritto all’Università di Palermo, è un libro sgrammaticato ma potentissimo. Vera storia di (incredibile) ordinaria ingiustizia, perché la legge, spesso, non è uguale per tutti.
È il 18 agosto 2015, un barcone carico di migranti viene soccorso in acque internazionali, potremmo dire scene di ordinaria follia, immagini a cui oramai ci siamo assuefatti, eppure nel giro di qualche ora si capisce che quel salvataggio sarà diverso dagli altri. In stiva, infatti, i soccorritori troveranno moltissime persone morte per asfissia; alla fine se ne conteranno 49.
Quel viaggio verso l’Europa, carico di tanti giovani e di tutti i loro sogni, sarà frettolosamente battezzato dai media come la strage di Ferragosto. Sono tutti scossi, tutti sconcertati, politici, istituzioni, gente comune, e allora bisogna correre a trovare i colpevoli.
Nelle ore successive verranno arrestate diverse persone, tra cui il comandante della barca, che ammetterà subito le sue responsabilità, e alcuni giovani libici, accusati di essere gli scafisti. Tra questi c’è Alaa Faraj, 19 anni, nato a Bengasi, un giovane con il sogno di diventare calciatore professionista e ingegnere, come il padre.
Nel 2015 i libici che partivano con i barconi erano pochissimi, Alaa e i suoi amici erano stati tra i primi a farlo, a causa della guerra scoppiata proprio a Bengasi qualche mese prima. Durante il viaggio, il gruppetto dei calciatori libici viene isolato, per gli altri migranti la Libia e i libici sono le torture e i trattamenti disumani che hanno ricevuto in quel paese, hanno paura. Dopo lo sbarco, alcuni migranti, disorientati, indicheranno alla polizia come facenti parte dell’equipaggio proprio quel gruppetto di giovani libici, con la sola accusa di avere distribuito delle bottigliette d’acqua agli altri.
Così, per Alaa e i suoi amici, proprio per quelle bottigliette d'acqua, comincerà l’inferno dantesco, oppure, se preferite, il castello dell'assurdo di Kafka. Solo che siamo a Catania e nel 2015.
Ad Alaa, all'inizio, tutto sembra solo un fastidiosissimo scherzo del destino, si ritrova in carcere senza sapere perché, mentre tutti gli ripetono in continuazione che la situazione si chiarirà rapidamente, ma Alaa, e i suoi amici, non parlano l’italiano e capiscono poco l’inglese. Come possono difendersi? Come potrà chiarire la sua posizione?
L’avvocato d’ufficio, arrivato poche ore dopo l’arresto per svolgere il suo compitino, gli consiglierà di tacere. E lui, bravo ragazzo di Bengasi, educato e con un grandissimo senso di colpa per essere partito dalla Libia senza il permesso dei genitori e del fratello maggiore, deciderà di farlo. Ma tacendo si darà inizio e forma ad un mostro giudiziario, in concomitanza con altre storture giuridiche, negligenze e superficialità umane, per cui, nonostante delle prove quasi inesistenti e dei testimoni mai veramente sentiti, Alaa Faraj sarà condannato anche in Cassazione a 30 anni di carcere, - nel frattempo ne ha già fatti 10 -, con l’accusa di immigrazione clandestina e omicidio plurimo colposo.
Alaa Faraj ha scritto questo libro, con l’aiuto e il supporto preziosissimo di Alessandra Sciurba, docente di Filosofia del Diritto all’Università di Palermo, perché vuole semplicemente giustizia, perché, nonostante tutto, crede ancora che la legge è o deve essere uguale per tutti.
Alaa Faraj in Perché ero un ragazzo racconta semplicemente la sua storia, i suoi sogni e come in questi 10 anni sia riuscito a trasformare il mostro-carcere in una occasione, nonostante la rabbia, le lacrime, la nostalgia, la tristezza, il senso di solitudine, la paura e le umiliazioni subite.
Il carcere è l’occasione per riprendere gli studi - quest’anno l’università -, è l’occasione per incontrare tantissime brave persone, insegnanti, assistenti sociali, avvocati, ed è in carcere che Alaa è diventato cuoco, responsabile della biblioteca, ceramista, perché Alaa Faraj in tutti questi anni è rimasto un ragazzo pieno di vita, ha lottato per costruirsi, e non per spezzarsi e morire lentamente in cella a causa di un errore giudiziario.
Alaa attende giustizia, per lui e per tutti quelli nella sua stessa situazione. Scrive in questo bel libro, che è davvero un pugno sullo stomaco dall'inzio alla fine, anche quando il dubbio che sia colpevole ti corrode l'animo e la tua innocenza: «Non voglio il compromesso. Siamo ancora in tempo». E poi ancora, come se fosse un testamento morale inderogabile per lui e per tutti noi: «"Male non fare, paura non avere", ed io paura non ho».
Per maggiori informazioni sulla storia di Alaa Faraj:
https://www.raiplay.it/video/2025/01/LEquipaggio---Il-Fattore-Umano---Puntata-del-28012025-9e80177d-27bf-425d-b035-fe4e6a1920cc.html
https://www.youtube.com/watch%3Fv%3DiJFx6Ee6u5Q&ved=2ahUKEwjh8onjnLiRAxW63wIHHUbKGewQtwJ6BAgbEAI&usg=AOvVaw2m_MP64VNfiJVLZJd0pEbA">