nella foto Hisham Matar

Lo scrittore libico Hisham Matar ha pubblicato da alcune settimane il suo ultimo libro Mes amis (Gallimard, 2024), libro non ancora tradotto in italiano. Un romanzo avvincente che ci fa capire cosa sia davvero un regime e cosa significhi diventare dei rifugiati politici, senza propaganda politica.

Dopo il successo del suo primo romanzo Nessuno al mondo (Einaudi, 2006), selezionato per il Man Book Prize nel 2006 e Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro (Einaudi, 2017) che ha vinto nel 2017 il Premio Pulitzer, Hisham Matar è tornato in libreria con Mes amis (titolo originale My Friends). Mes amis non è un libro autobiografico ma certo il suo autore per scriverlo si è nutrito delle esperienze fatte sul “campo”: la Libia, paese nel quale ha vissuto 6 anni, e le sofferenze patite dal padre, in quanto considerato oppositore del regime.

Per essere più precisi: Hisnam Matar è nato a New York, ma a tre anni torna in Libia, a Tripoli, con tutta la sua famiglia e ci resta fino ai suoi nove anni, perché il padre viene segnalato come nemico del regime e tutta la famiglia è costretta a partire e a rifugiarsi per diversi anni in Egitto a Il Cairo. Undici anni dopo, mentre Hisham Matar è a Londra, il padre verrà rapito dagli agenti dei servizi segreti egiziani e ancora oggi, nonostante i tanti tentativi fatti per conoscere la verità, dell’uomo non si sa nulla, non si sa se sia stato ucciso o se sia ancora vivo, rinchiuso magari in una prigione libica.

In Mes amis, come dicevamo, questa tragica esperienza familiare - che è anche la tragica esperienza di quel popolo onesto che vorrebbe vivere nella libertà -, viene trasformata e ri-elaborata da Matar; il protagonista infatti è Khaled, un giovane libico che per motivi di studio si trasferisce per qualche mese ad Edimburgo e all’università incontra Mustafa, uno des amis, libico pure lui. Qualche mese dopo che i due si conoscono, decidono di andare a Londra per partecipare ad una manifestazione a St James’s Square, ma quel pomeriggio la loro vita cambierà per sempre.

Matar scrive una storia avvincente dall’inizio alle fine. Una storia delicata quanto feroce, perché il regime libico sa essere feroce con i suoi (anche presunti) oppositori, e delicata perché la Libia non è solo dittatura; per Khaled e Mustafa, - e così pure per il romanziere Hossam Zowa, l’altro amis, in esilio pure lui da tanti anni tra Parigi e Londra -, è anche patria, è la terra in cui ci sono le famiglie, è casa e con essa tutti i ricordi d’infanzia, gli odori e i profumi tipici del luogo. La Libia è il paese perduto, in cui, nonostante tutto, si vorrebbe tornare, ed è quello che Mustafa e Hossam faranno, contaminati dall’entusiasmo che c’è nel paese per la Primavera araba, a cui i due amici parteciperanno attivamente. Khaled invece resterà per sempre a Londra, forse paralizzato dalla paura, forse per salvare la sua famiglia ancora ignara di quello che gli sia successo.

Il pregio del libro di Hisham Matar, oltre al fatto che è stato scritto divinamente bene, e nulla si è perso nelle traduzione dall’inglese al francese di David Fauquemberg, sta nell’aver scritto un racconto costruito attraverso fatti ed eventi storici realmente accaduti nel passato - in particolare si fa riferimento nel libro alla protesta davanti all’Ambasciata libica nel 1984 a Londra nella quale un agente di polizia, Yvonne Fletcher, sarà uccisa e diversi manifestanti resteranno feriti -, e tali eventi faranno comprendere realmente al lettore la forza di intimidazione che hanno ovunque tutti i regimi, grazie a una rete organizzatissima di collaboratori, di spie e di traditori. E quanto possa essere complicata la vita di un rifugiato politico, quanto spietata la sua solitudine e il suo turbamento ogni singolo giorno, e quanto la casa negata per sempre, quel ritorno che non ci sarà mai, possa essere un lungo infinito supplizio.