Esce in sala in Svizzera mercoledì 30 settembre 2026, uno dei più bei film di Cannes: Notre Salut (titolo in italiano: un uomo del suo tempo) del regista francese Emmanuel Marre, vincitore del premio per la miglior sceneggiatura.
Settembre 1940. Henri Marre arriva da solo a Vichy, mentre il regime autoritario si instaura. Senza un soldo, estraniato dalla famiglia e con in mano copie del suo manifesto Notre Salut (La nostra salvezza), il quarantanovenne è determinato ad assicurarsi quello che crede essere il suo legittimo posto nella nuova amministrazione. Nei suoi scritti, Henri espone le sue convinzioni patriottiche e la sua metodologia ingegneristica: l'efficienza prima di tutto. Affermando di voler contribuire a salvare la Francia dopo la sconfitta, fa tutto il necessario per rimanere utile, servendo con crescente abilità i meccanismi del nuovo ordine. Ma dietro il desiderio di salvare la nazione si nasconde una motivazione più intima: il bisogno di dare un senso alla propria esistenza e di sfuggire al fallimento personale. Inseguendo il posto che ritiene gli spetti di diritto, finirà così per mettersi al servizio della macchina repressiva del regime, tra ambizione, compromesso e autoillusione.
Partendo dalla corrispondenza dei suoi bisnonni durante il Regime di Vichy, Emmanuel Marre realizza una prodezza: decide di non farne un film storico. Libero da questo fardello, ossia dalla necessità di portare sullo schermo la Storia con la “s” maiuscola, decide di muoversi al suo interno raccontando, non la banalità, ma la quotidianità del male attraverso la storia del suo bisnonno vichysta, arrivista e approfittatore. Spaziando al di fuori di un “manuale scolastico”, Marre ha carta bianca. A lui non interessa aggiungere un altro strato alla rappresentazione dell’epoca o a una sua analisi, piuttosto a coglierne la complessità e sbrogliarne la matassa; tira i fili di lana di un maglione già fatto, già indossato e già visto, per rifarne uno nuovo.
Il film d’Emmanuel Marre è fresco e libero perché, pur restando nella Storia, nella confusione dell’epoca e nell’instabilità, fa un passo di lato, ricostruendolo per la finzione e per la storia che vuole raccontare: la parabola di un uomo che fallisce in continuazione, ma che tenta ogni volta di rientrare nell’azione sbagliando i tempi.
Trattandosi della storia di un individuo spaesato che si omologa agli altri per sopravvivere e per esistere, Marre decide di seguire questa linea anche dal punto di vista formale. Il film è stato girato seguendo delle sensazioni, delle intuizioni e delle note di regia piuttosto che una vera e propria sceneggiatura (in questo senso il premio a Cannes può sorprendere). Inoltre, gli edifici sono stati utilizzati nel loro stato attuale e semplicemente decorati con oggetti d’epoca, allontanandosi così da una verità storica ingombrante e predefinita: sono le sensazioni, le emozioni e i sentimenti che fanno la storia e non il contrario. La scelta di una macchina da presa digitale Bolex 16 mm, va in questa direzione, così come il lavoro d’improvvisazione con attori professionisti e non. Lasciarsi sorprendere dalla materia che si trova cammin facendo, permette così di superare dei limiti che sorgerebbero in un film storico.
È in questa sottile linea fra esattezza storica e finzione che s’inseriscono gli anacronismi del film: il ballo dal prefetto, un linguaggio contemporaneo, luci al neon, sorprendono, ma nutrono la finzione e rendono, in realtà, giustizia alla Storia (si scopre così che, in realtà, la maggior parte degli anacronismi non sono tali, ma esistevano veramente, solo che non fanno parte del nostro immaginario su quell’epoca).
Notre salut è allora un film da vedere, per la sua freschezza, originalità e per lo sguardo innovatore che porta sulla Storia: non va guardata attraverso l’immaginario contemporaneo, ma con uno sguardo nuovo, libero da stereotipi e in modo creativo.