Dopo il grande successo ai David di Donatello 2026 con ben 8 premi vinti, tra cui Miglior Film e Miglior Regia, il film del regista italiano, al suo secondo lungometraggio dopo Altri Cannibali (2022) con il quale ha vinto il Tallinn Black Nights Film Festival per la Migliore opera prima, è ora al cinema nelle sale svizzere.
Fuori dai sentieri battuti, la pellicola spiazza lo spettatore, lo sorprende e lo allontana dal panorama cinematografico italiano contemporaneo. È possibile trovare un minimo comune denominatore al cinema nostrano? In teoria no, almeno si spera (ogni film è diverso), sarebbe uno stereotipo, una banalizzazione e una sciocchezza. Eppure, dopo aver visto Le città di pianura, si ha l’impressione di sì, perché quello di Sossai è qualcosa d’altro, di mai visto in Italia.
Doriano, detto Dori (Pierpaolo Capovilla), e Carlobianchi (Sergio Romano) sono amici di bevute, in un Veneto rurale che pare quasi il Far West. Il loro obiettivo nella vita è sfondarsi di lumache e polenta e andare a bere l'ultima ombra di vino: "una voglia che va al di là della sete". Hanno scoperto il segreto del mondo, ma da sobri non se lo ricordano, e credono alla leggenda metropolitana secondo cui il loro storico amico Genio, "il più premiato vincitore del Caliera Trophy", ha nascosto da qualche parte un tesoretto ricavato dalla vendita di frodo di occhiali da sole. Per questo, e perché gli vogliono bene, devono andare a prenderlo all'arrivo dall'Argentina, dove si era rifugiato in attesa della prescrizione per i suoi reati. Lungo il loro percorso incontrano Giulio (Filippo Scotti), studente di Architettura timido e insicuro, che si unisce al loro viaggio e impara a vivere alla giornata come fanno Dori e Carlobianchi da sempre.
Carpe diem o, meglio, “lumache diem”. Questo gioco di parole sarebbe piaciuto a Dori e Carlobianchi. Avrebbero riso fra i baffi, ammiccando e sorseggiando l’ombra di vino. Cosa c’è di meglio che ridacchiare, un po’ alticci, sull’assurdità dell’esistenza e su quale sia il senso della vita?
Nulla. O meglio, finché non lo si scopre, bisogna accontentarsi di questo. Perché la vita è assurda, se ci si pensa un po’ su, ma non importa. Per questo è bella. Sì, perché nella vita non ci sono problemi; ci sono solo soluzioni e, se non si trovano, è ancora meglio. Cogliendo l’attimo, ci si gode l’istante e non si pensa al futuro.
Le città di pianura non è un film di Aki Kaurismaki, ma potrebbe esserlo. Fatalista? Non direi. Pessimista? Neanche. Dice semplicemente che non bisogna farsi “troppi problemi”. È un leggero rotolare verso qualcosa, spinti da una brezza, dal vino, da polenta e lumache, da amici e da una bella risata. Non c’è bisogno d’altro, o forse sì, ma di poco più. È un film bizzarro, ma che fa un gran bene. Dori e Carlobianchi sono, senza farlo apposta, i maestri di vita di Giulio. Facendo un giretto in auto, qualcosa accadrà. Potrebbero essere anche i nostri insegnanti di vita, ma non dobbiamo volerlo. Altrimenti, non ci spiegheranno nulla. Senza cercarli, li troveremo. Allora? Salite in macchina anche voi?
I premi vinti ai David di Donatello 2026:
Miglior Film Le città di pianura
Miglior Regia Francesco Sossai
Miglior Attore Sergio Romano
Miglior Sceneggiatura originale Francesco Sossai e Adriano Candiago
Miglior Montaggio Paolo Cottignola
Miglior Canzone originale Ti – Musica e testi Marco Spigariol, interpretata da KRANO
Miglior Casting Adriano Candiago
Miglior Produttore Marta Donzelli e Gregorio Paonessa per VIVO FILM, con RAI CINEMA, in collaborazione con Philipp Kreuzer per MAZE PICTURES, Cecilia Trautvette