Michel The Animals I am © Diana Tinoco

Chiara Bersani e Damien Jalet hanno portato a Torinodanza Festival due lavori, Michel The Animals I am e Thrice (trittico formato da Gusts, Méduses e Brise-Lames), che pongono allo spettatore interessanti interrogativi sulla rappresentabilità del reale. Già Gombrich e ancor prima Brecht si chiedevano se il realismo fosse per forza coincidente con una rappresentazione mimetica della realtà. 

Gombrich mostra come vedere non sia un atto innocente: vediamo attraverso una fitta foresta di memorie, esperienze, aspettative, schemi mentali e convenzioni. Il risultato non è una semplice restituzione della realtà, ma un processo incessante di confronto tra ciò che vediamo e gli strumenti con cui lo vediamo. Non esiste un risultato stabile a cui giungere. Per questo il realismo non coincide necessariamente con la somiglianza. L’albero di Mondrian può essere una forma di realismo diversa da quella delle sue successive griglie di quadrati: non perché entrambe riproducano lo stesso oggetto, ma perché entrambe propongono un diverso modo di organizzare ciò che vediamo.

Brecht da parte sua, e come di sua abitudine, è ancora più estremo. Realismo non è copia del reale, ma la capacità di avere una nuova comprensione del reale attraverso l’opera d’arte. Brecht diffidava del bisogno di realismo emotivo di Stanislavskij. Il distacco epico, la mostra dell’artificio e della convenzione, erano per Brecht mezzi molto più efficaci per impedire che il mondo rappresentato si presentasse come naturale, inevitabile, già conosciuto. Non è superfluo ricordare che nel 1938 queste posizioni in seno alla militanza comunista erano assai pericolose e molti suoi amici artisti pagarono caro in Unione Sovietica il coraggio di questi assunti. 

Perché dunque porsi questa questione oggi e proprio in rapporto ai lavori di Chiara Bersani e Damien Jalet? Perché forse dare l’impressione di realtà oppure fornire strumenti per una riformulazione di quello che consideriamo realtà e mondo sono scelte radicalmente diverse e conferiscono funzioni più o meno necessarie alla rappresentazione. 

Verifichiamo l’ipotesi critica. 

Partiamo da Michel The Animals I am di Chiara Bersani. 

Tre corpi in scena su tre diverse piattaforme: due corpi distesi, uno su una sedia a rotelle elettrica. I corpi si muovono appena. Gesti minimi: una mano scivola su una superficie, una testa gira lentamente come un pianeta sul suo asse, un piede cambia posizione. Si odono i respiri: rauchi, quasi agonizzanti, gorgoglianti, sospiranti e da questa cacofonia sorge un flebile suono di voce. Parrebbe un lamento, poi una nota lunga insistita e lamentosa contrappuntata da parole senza senso. La luce si muove, porta angolazioni diverse, punti di vista diversi. I corpi esposti non sono consueti sulla scena, eccezioni. L’occhio, per nulla innocente, misura la loro plausibilità. In questo contrasto si profila un allargamento dell’orizzonte: un mondo diverso in cui le categorie perdono la loro granitica evidenza, vengono attraversate da crepe profonde che ne minano la stabilità e rendono plausibile una riorganizzazione dello sguardo. E tutto questo è generato solo dai corpi in movimento, dal loro semplice essere e stare, senza per forza dire. Quelle tre donne che cantano alla luna di fari sul fondo del palco, lasciano intravedere la possibilità di guardare oltre un confine stabilito dalle convenzioni. 

Thrice di Damien Jalet è, come detto un trittico, formato da tre pezzi composti in momenti diversi dal 2020 a oggi. Hanno in comune l’ispirazione tratta da alcuni elementi di natura: aria per Gusts, pietra per Méduses, acqua per Brise-Lames. 

In tutte e tre le coreografie si intrattiene con il reale un rapporto di somiglianza fantasmatica: i corpi in movimento sono come foglie al vento, onde che accarezzano la battigia o fluttuano ampie in spazi confinati, corpi che diventano pietra, rigidi come sotto lo sguardo di Medusa, corpi bloccati da lampi e tagli di luce che scolpiscono e frammentano. Mondo e rappresentazione sono alleati, risuonano e vibrano alle stesse frequenze, l’occhio si lascia cullare dall’illusione di quel mare, di quel vento, di quella pietra immaginata, non presente eppure vista senz’ombra di dubbio. Si può dire che quelle onde o quelle foglie abbiano la stessa consistenza dell’albero nei quadrati di Mondrian.

L’unico elemento che potrebbe mettere in discussione la nostra concezione del reale è quel gommone composto di corpi e visto dall’alto, un gommone abbandonato in mezzo al mare, con corpi riversi come sulla zattera di Delacroix. L’immagine è però troppo perfetta, poetica e piena di grazia, per riuscire a scuotere. È una bella immagine, non graffia perché diventa accondiscendente, placa le coscienze con l’estetica. Il problema però non è la bellezza, ma la mancanza di crisi nello sguardo. Manca quella tensione fra bellezza e orrore che rende ancora oggi perturbante la zattera di Delacroix. Attenzione! Jalet probabilmente voleva fare proprio questo: costruire con il corpo una forma di esperienza sensibile del mondo. Non è sbagliato. È solo meno radicale e, rispetto alla domanda che ci siamo posti, meno efficace.

Ora la conclusione. I corpi di Chiara Bersani non raccontano nulla, non rappresentano altro che sé stessi, ed è questo il loro potere effettivo. Il loro stare e agire, astratto e concreto allo stesso tempo, squassa e sconvolge il nostro vedere e comprendere. Non possiamo impedire la domanda che sorge: e se il nostro modo di vedere fosse sbagliato e parziale? Se il nostro fosse un accecamento inconsapevole e consuetudinario? I corpi di Damien Jalet al contrario ci meravigliano, e la meraviglia è la porta per la conoscenza, ma non è ancora conoscenza. Per quanta grazia vi sia in quei movimenti, per quanta bellezza trasudino le tre coreografie, non vi è messa in discussione del mondo, solo della sua rappresentazione. 

Ora non resta che chiedersi non solo cosa vogliamo vedere come osservatori, ma quanto in profondità vogliamo guardare. Se vogliamo che i nostri occhi siano accarezzati o pungolati. Possiamo stare sul balcone a guardare la luna attraversata da una nube sottile, oppure lasciare che l’artista ci ferisca con il suo rasoio affilatissimo.